I limiti che mi do.

Faccio un lavoro che mi piace, ma che mi porta a farmi molte domande. E non sempre le risposte che mi do mi piacciono.

Iniziamo parlando di dopamina.

È la sostanza chimica del “volere” e del desiderio.

Ma come funziona?

Da un punto di vista evolutivo, il nostro cervello ci premia per tutto ciò che aumenta la nostra probabilità di sopravvivenza, rilasciando nel cervello un neurotrasmettitore chiamato dopamina. 

Questo è il motivo per cui è così dannatamente bello fare sesso o mangiare una fiorentina: il nostro cervello pensa che il primo equivalga al proseguimento della nostra specie e il secondo a una prolungata sazietà.

Pubblicità e il marketing si basano su questo meccanismo.

Progettiamo un mondo di gratificazioni istantanee, che riceviamo spesso senza fare alcuno sforzo. 
Ci basta consumare per essere immediatamente ricompensati con una dose di dopamina.

In quanto esperto di comunicazione, sono un esperto di dopamina: lavoro per farne rilasciare quanta più possibile, per far tornare le persone più e più volte. 

Penso, però, che negli ultimi anni la situazione si sia inasprita e la logica del marketing domini la società.

Viviamo in un mondo progettato per stimolare le nostre emozioni al fine di massimizzare i profitti.

In quanto esperto di comunicazione, sono allenato a riconoscere queste dinamiche e sono finito per vederle ovunque.

A me non piace, lo trovo snaturante, sporco e, soprattutto, eccessivo.

Per questo, nel corso della mia carriera ho deciso di NON lavorare per determinate categorie merceologiche – indipendentemente dalla remunerazione – e cerco di tenere sempre a mente l’impatto che queste tecniche possono avere sulle persone e sulla società. 

Il tutto, in attesa di aprire un chiringuito con prodotti a chilometro zero in qualche spiaggia incontaminata del mondo.

Il mio lavoro ha a che fare con il desiderio.

Cerco modi per far fermare le persone, interessarle a qualcosa, far sì che se ne ricordino. Mi piace quando questo significa dare visibilità a un’idea o a un prodotto che ha davvero qualcosa da offrire.

Ma ci sono molti modi per conquistare attenzione. Si può anche fabbricare un’urgenza che non esiste, promettere più di quanto un prodotto possa mantenere, occupare ogni spazio libero pur di farsi notare.

Sono allenato a riconoscere queste dinamiche, e proprio per questo ho finito per vederle ovunque. O forse è proprio la logica del marketing che domina sempre più aspetti della società.

Non tutto ciò che funziona mi convince.

Una strategia non finisce quando troviamo il modo di ottenere un risultato. Mi interessa anche come ci arriviamo e cosa lasciamo alle persone dopo aver attirato la loro attenzione.

A volte significa discutere una promessa, togliere una scorciatoia o rinunciare a un’idea brillante che porta nella direzione sbagliata. Non sempre la scelta è evidente. È una delle ragioni per cui voglio poterla fare insieme alle persone con cui lavoro.

Scegliere per chi lavorare è una parte del lavoro.

Ci sono settori per cui ho deciso di non lavorare, a prescindere dal compenso. Negli altri progetti cerco di dire quando qualcosa non mi convince e di trovare una strada che serva al cliente senza dimenticare chi riceverà quella comunicazione.

Non la chiamo “purezza”. Faccio marketing e sarebbe strano fingere che il mio lavoro non influenzi le persone. Ma essere indipendente mi permette almeno di scegliere come e per chi farlo. Cerco di usare questa possibilità.

Il tutto, in attesa di aprire un chiringuito con prodotti a chilometro zero in qualche spiaggia incontaminata del mondo.